mercoledì 13 marzo 2013

Sfogliatelle FROLLE napoletane

Una cosa che mi ripetono sempre è che sono una milanese che cucina come una naploetana.
Sarà che sono cresciuta guardano mia nonna che cucinava banchetti di mille mila portate (ovviamente obbligandoci a mangiare tutto) e scusandosi in continuazione perché aveva arrangiato una cosa veloce.
Bene è arrivato il momento di mettere alla prova qualla parte di sangue partenopeo.
La ricetta me l'ha spedita una cugina di papà, che mi assicura essere quella originale.
Per il momento mi cimento nella preparazione delle sfogliatelle nella versone frolla, più avanti però proverò anche la versione riccia (sicuramente infinitamente più complicata, ma dov'è il divertimento nel fare solo le cose semplici?)

Ingredienti:

per la frolla:
500 g di farina
200 g di strutto
200 g di zucchero
10 g di miele
75 g aqua
un pizzico di sale e un cucchiaino di lievito pane angeli
scorza grattugiata di limone 

per il ripieno:
150 g di semolino
400 g di latte intero
1 pizzico di sale
500 g di ricotta
200 g di zucchero a velo vanigliato
½ cucchiaino di cannella (io ho usato un cucchiaino di aroma cannella liquido)
1 fialetta di aroma millefiori o fior di arancia
100 g di arancia candita
1 uovo

1 uovo e un po’ di latte per spennellare

Preparazione:
Prepartate la pastafrolla lavorando velocemente tutti gli ingredienti, formate una palla liscia ed omogenea, copritela con la pellicola e mettetela in frigo per almeno 30 minuti ( meglio ancora se la preparate il giorno prima).
Per il ripieno portate ad ebollizione il latte con una presa di sale, versate il semolino e cuocete 5 minuti circa.
Mettete da parte e lasciate raffreddare.
Quando il semolino sarà freddo unite la ricotta e amalgamate bene mescolando energicamente, quindi unite lo zucchero a velo, la fiala millefiori, l’arancia candita tagliata a pezzettini piccolissimi, l’aroma di cannella e infine l’uovo.
Stendete la pasta e con un coppa pasta o con un bicchiere tagliate dei dischi, farcite con il ripieno, chiudete a mezzaluna, pennellate con un tuorlo sbattuto con un po’ di latte.
Sistemate le sfogliatelle in una placca coperta con la carta e cuocete nel forno già caldo a 180°C per circa 15 - 20 minuti circa.


 Erano veramente buonissime, da questo impasto ne sono uscite 25 e io sono riuscita a mangiarne solo mezza, le altre si sono volatilizzate

“Con questa ricetta partecipo a “Un viaggio nel formaggio” del blog La Cuochina Sopraffina e Fiordimaso”


venerdì 8 marzo 2013

Ritratto di Signora: Dedicato a te...speciale 8 Marzo

Anche noi di ritratto di signora vogliamo fare i nostri auguri a tutte le donne

 

 "Sally" dedicata a tutte le donne che si rialzano dopo un periodo buio

 Monica - Book Land

"Favola semplice" dedicata a tutte le donne chehanno imparato ad amarsi perchè hanno capito l'importanza di essere uniche


Fede

"Titti" dedicata a tutte le donne confuse come Titti ma che non perdono l'allegria


  Clara - ThePauperFashionist  

"ICorre!" e "Donna" dedicato a tutte le donne che hanno il coraggio di dire basta e capiscono di meritarsi molto di più




"Beautiful" dedicato a tutte le donne. Meravigliose creature perchè siete un miracolo.



"Have You ever really loved a woman" dedicato a tutte quelle donne che ogni giorno non trovano la forza di ribellarsi ma trovano la forza di convincersi che non meritano questo amore.


mercoledì 6 marzo 2013

Panna cotta cocco e Nutella

In una giornata in cui vagavo per casa in cerca di ogni schifezza possibile e immaginabile da mangiare (alla faccia della dieta) ho deciso di cimentarmi nella panna cotta, dolce semplicissimo per esecuzione e che mi piace veramente tanto.

Ingredienti:
500 ml di panna fresca
6 gr (tre fogli) di gelatina
150 gr di zucchero
2 o 3 cucchiai di farina di cocco
Nutella

Preparazione:
Mettere a bagno i fogli di gelatina in acqua fredda.
In una pentola versare e scaldare la panna con lo zucchero e il cocco, per una decina di minuti, mescolando in continuazione, senza farla bollire.
Spegnere il fuoco, strizzare i fogli di gelatina e farli sciogliere nella panna mescolando bene.
Suddividete la panna in 6 stampini monoporzione (oppure se preferite in uno più grande).
Lasciare raffreddare la panna in frigo per almeno 5 ore.
Una volta che si è rassodata, rovesciare la panna cotta su un piatto e guarnirla con la Nutella leggermente ammorbidita a bagnomaria.


 


lunedì 4 marzo 2013

Ritratto di Signora: Medea


Chiedo assolutamente scusa per il mio estremo ritardo, avrei dovuto avere il tempo sta mattina di fare tutto, ma ovviamente quando uno calcola tutto al secondo nulla va come dovrebe.
Ma bando alle ciance e vediamo subito  il ritratto di questo mese, scritto da Clara.

“Antica Grecia, nave Argo: una spedizione di cinquanta uomini guidata dall'eroe Giasone si appresta a rubare il prezioso vello d'oro custodito da un drago e proprietà di Eete, re della Colchide e padre di Medea. Appena vede Giasone, la ragazza se ne innamora e lo aiuta nell'impresa, poi si imbarca con lui portando con sè il fratellino. Eete si lancia all'inseguimento; Medea fa a pezzi il fratello e ne getta i resti in mare: il padre è costretto a fermarsi per raccoglierli.


Dopo varie avventure i due innamorati arrivano a Corinto e lì si stabiliscono: nonostante abbiano due figli, Giasone è sempre più distante e il risentimento di Medea continua a crescere, fino a raggiungere il culmine quando lui annuncia di volerla ripudiare per sposare la figlia del re Creonte in modo da ottenere il trono. La donna è furiosa: capisce di essere stata usata, comprende l'indole opportunista dell'amato e detesta il suo disonore, la sua vigliaccheria. Dall'altra parte riceve solo indifferenza: nulla importa a Giasone della moglie, ormai di nessuna utilità per i suoi scopi.


Medea soffre terribilmente, ma è decisa ad ottenere vendetta; prima uccide la futura sposa inviandole in dono un peplo e una ghirlanda avvelenati, poi prende la risoluzione più difficile: ammazzare i suoi stessi figli.
Ma come si può compiere un atto del genere?


Non posso farlo sì devo farlo non ne ho il coraggio avanti basta indugiare via la viltà è necessario deciditi forza deciditi! uccidili e poi piangi e allora sì che avrai la tua vendetta e lui sarà straziato dal dolore, sarai maledetta tu ma anche lui si maledirà in eterno per le sue azioni!

E poi lo fa: ormai non può più tornare indietro.





Perchè vi ho raccontato questa storia? No, decisamente non è per istigarvi all'infanticidio. Non vi sto nemmeno consigliando di lasciare il vostro fidanzato o di rimanere single a vita.

Abbiamo visto tanti Ritratti fino ad ora: Ritratti di donne che affrontano le loro paure, che lottano per far venire a galla la verità, che non rinunciano ai propri ideali.



E Medea? Medea è un personaggio che ha il coraggio di vivere completamente. I suoi sentimenti non conoscono le mezze misure: ama totalmente, odia totalmente, soffre totalmente. Fa una scelta e segue la sua strada fino in fondo; ha un obiettivo e non ci rinuncia. E' un'assassina ma non è pazza, è combattuta ma perfettamente consapevole di quello che sta facendo: non importa quanta sofferenza ne ricaverà lei stessa, basta che il marito paghi per le sue colpe. Mi ricorda l'Anna di Tolstoj, ma Medea è ancora più fiera, più orgogliosa.



Ecco, è per questo che ve ne ho parlato: io credo che una figura di tale grandezza e tragicità sia da prendere ad esempio. E' ambigua e il suo gesto è condannabile, ma non è da condannare il suo coraggio, la sua forza: bisogna ricordarli, ed è un augurio che faccio a voi ma anche e soprattutto a me stessa. Lo sapete, ormai l'ho ripetuto in tutte le salse: tra un po' si chiuderà un' "era" della mia vita, e chissà a cosa andrò incontro. Ho dovuto finora compiere della scelte, ma mi sono sempre sentita protetta, come se il margine d'errore fosse limitato: ero sul sicuro sentiero dell'università, le cose potevano andare diversamente ma non più di tanto. Invece a breve avrò il pieno controllo, mi troverò del tutto allo sbaraglio ed ogni cosa dipenderà solo ed esclusivamente da me; sarò ancora più responsabile delle mie azioni. Ho paura di non trovare un lavoro, o di trovarne uno inadatto e farlo per anni, troppo pigra o timorosa di osare per cambiare. Non so ancora esattamente cosa voglio, ma so bene cosa non voglio, e non voglio che una cosa del genere succeda. Spero, e spero che voi facciate lo stesso, di avere il coraggio di seguire i miei obiettivi, senza accantonarli o facendolo solo momentaneamente, scendendo a compromessi il meno possibile e avendo la forza di decidere, di cambiare, di evolvermi.

Bene, brava, direte voi, belle parole. E se si dovesse fallire? Be', io vi risponderei che una cattiva mossa è sempre e comunque meglio di nessuna mossa.

Nella speranza che questo Ritratto non vi sia sembrato troppo inquietante, vi do appuntamento al prossimo mese!”

Clara


Di sicuro questo ritratto si discosta di molto da quelli che vi abbiamo proporsto fino ad ora.  E ci lascia tanto su cui riflettere, cosa veramente intendiamo per coraggio? E' più coraggioso agire o non farlo?
Vi aspettiamo il prossimo mese con un nuovo ritratto e vi ricordo come sempre che potete leggere questa rubrica anche sui blog di:

venerdì 15 febbraio 2013

Tortelli con uvetta

Visto che domani è carnevale mi sembra giusto mettre la ricetta di un dolce tipico del carnevale milanese.
Qualche giorno fa volevo preparare le chiacchiere, ma poi dato il poco tempo a disposizione che avevo, ho deciso per questi dolci di preparazione più semplice e veloce.

Ingredienti:
6 uova
120 gr di zucchero
1 arancia
1 bustina di lievito per dolci
200 ml di latte
120 gr di uvetta
4 cucchiai di rum
600 gr di farina
zucchero per guarnire

Preparazione:
Mettere a mollo l'uvetta con il rum e abbastanza acqua tiepida da ricoprirla completamente.
In una ciotola sbattere le uova con lo zucchero, il latte, e la scorza d'arancia.
Spremere l'arancia e aggiungere il succo filtrato alla pastella.
Sempre mescolando aggiungere la farina alla pastella e mescolare bene fino a che non sarà liscia e omogenea.
Scolare le uvette, aggiungerle all'impasto e mescolare bene.
Scaldare dell'olio in una pentola profonda.
Versare l'impasto a cucchiaiate nell'olio bollente, e cuocere le palline per qualche minuto, rigirandole in modo che cuociano da tutti i lati in modo uniforme.
Scolare i tortelli e quando ancora sono caldi rotolarli nello zucchero in modo che vi rimanga attaccato.




lunedì 4 febbraio 2013

Ritratto di Signora: Florence Nightingal


Ed eccoci ancora al nostro appuntamento mensile con questa bella rubrica che ogni volta ci fa conoscere delle donne che hanno molto da insegnare.
Dopo un mese di pausa, oggi a Miki presentarci la vita di una donna straordinaria.

Questo ritratto è nato quasi per caso ed è lontano anni luce dall’idea iniziale che ho coltivato per il post di questo mese. Purtroppo, per vari motivi, quell’idea non ha potuto prendere corpo, così, a pochi giorni dall’appuntamento con la rubrica, mi sono ritrovata senza spunti e senza articolo.

Grazie ad un suggerimento di Monica, ho cominciato ad informarmi ed a buttare giù qualche riga, ma non stava venendo fuori nulla di decente, nulla che sentissi mio.



 Come spesso accade, l’illuminazione mi ha colta mentre ero intenta a fare tutt’altro, così, stringendo in mano un vecchissimo diario, datato 2002, ho capito all’istante di chi volevo parlare. Si tratta di un’agenda che mi è stata regalata una sera dal mio fidanzato. Ero stata attratta dalla copertina e dalle delicate illustrazioni contenute all’interno, che, con linee morbide e delicati toni pastello, ogni mese, raffiguravano un personaggio femminile importante . Grazie a quell’agenda ho conosciuto la vita di Florence Nightingale, Grazia Deledda, Maria Goretti , Marie Curie e molte altre.



 Leggere queste storie fa comprendere come spesso, per alcune donne, realizzare un sogno, seguire un’inclinazione, coltivare una passione si sia tradotto in lottare, in scontrarsi contro le tradizioni, contro la “morale”, abbattere mura di ostilità e scavalcare ostacoli insormontabili. Solo per essere chi volevano essere.



 Oggi non è poi così difficile realizzare un sogno. Molti dicono “basta volerlo” ma non credo sia sufficiente. Una cosa è certa: un impegno costante, la passione, l’interesse vivo ed un po’ di “buona sorte” possono farci raggiungere tutti i nostri obiettivi. E allora c’è la bambina che sogna di fare la maestra e si iscrive alla Facoltà di Lettere, di Matematica, di Storia e Filosofia, la ragazzina che vuole fare l’avvocato e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e la bambina che sogna di essere un medico e di guarire le persone “così potranno vivere per sempre” e allora passa l’estate a studiare ed a compilare quiz su quiz per affrontare il terribile test d’ingresso e alla fine ce la fa, riesce ad intraprendere quel percorso che potrebbe farle realizzare il suo sogno, iscrivendosi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia.




 Nonostante non sia e non sembri una cosa facile, di certo è poca cosa in confronto a ciò che ha dovuto affrontare Elizabeth Blackwell, prima donna medico della storia.



 Conosco perfettamente la vita di Maria Montessori, prima donna ad essersi laureata in Medicina in Italia, ma non conoscevo la storia di Elizabeth.



 Nata a Bristol nel 1821, si trasferisce negli Stati Uniti assieme alla famiglia per volere del padre che muore pochi anni dopo. Appena diciassettenne, orfana e con otto fratelli, Elizabeth si trova costretta ad allontanarsi dai propri cari per intraprendere il lavoro di insegnante nel Kentucky. Solo nel 1845, a 24 anni, quando ormai i fratelli e le sorelle possono provvedere a loro stessi grazie a remunerative occupazioni, comincia a chiedersi quale sia il suo scopo, cosa voglia fare della sua vita. 



 È un’amica malata che le suggerisce di intraprendere il cammino per diventare un medico, come scopriamo leggendo queste poche righe dalla sua autobiografia “Pioneer work in opening the medical profession to women”:



« Hai passione per lo studio, tempo libero e godi di buona salute;
perché non studiare medicina?
Se fossi stata curata da una dottoressa,
non avrei patito le peggiori sofferenze »

(Capitolo II, Earning money for medical study)



 Essere un medico è una possibilità che non ha mai nemmeno sfiorato la testa di Elizabeth eppure si ritrova  a pensarci seriamente, cominciando a desiderare di indossare quel camice bianco.



« Elizabeth, non ha neanche senso provarci.
Non potrai mai essere ammessa a queste scuole.
Dovresti andare a Parigi e travestirti da ragazzo
per guadagnare la conoscenza necessaria »

(Dr. J. Warrington. Capitolo II, Earning money for medical study)



 Ogni ostacolo che Elizabeth incontra non fa altro che ingigantire il suo desiderio, che ormai sta cominciando ad assumere sempre di più l’aspetto di una lotta morale. 



 Ciò che la disturba più di ogni altra cosa è che il termine “dottoressa” venga accostato alle donne che in questo periodo praticano l’aborto, in particolar modo Madame Restell, la prima aborzionista operante a New York.

 Sul tema dell'aborto la posizione della Blackwell è molto chiara: totale indignazione ed intransigenza. 

Stiamo sempre parlando della prima metà dell’800, e credo che una posizione del genere da parte di una donna sia più che comprensibile:



« La perversione ed il disprezzo della maternità da parte dell'aborzionista
mi riempie di indignazione, e risveglia in me un attivo antagonismo.
Che l'onorevole appellativo di 'dottoressa'
debba essere accostato esclusivamente a queste donne[...] mi fa orrore!" »



 Fino al 1847, Elizabeth si concentra sull’obiettivo di guadagnare il denaro necessario per intraprendere gli studi. Il periodo trascorso nel North Carolina è molto piacevole per lei: insegna musica in un istituto e la domenica insegna a leggere e a scrivere agli schiavi. Ogni attimo del suo tempo libero è impegnato nella lettura di testi di medicina , grazie anche al contributo di un ex medico ora direttore della scuola in cui lavora.



 Numerosi sono i rifiuti che riceve a seguito delle sue domande di iscrizione, spesso accompagnati da parole dure che fanno riflettere non poco sulla “posizione” che doveva avere la donna a quei tempi: 



« Dovresti convincerti che, come credo anch'io,
la donna sia stata inventata per essere il braccio destro dell'uomo
[...] e che quindi sia naturale che gli uomini siano dottori
e le donne infermiere. »



 Ciò non scoraggia minimamente Elizabeth che trae dal veleno di queste parole la linfa che le permette di scontrarsi contro questo mondo chiuso e sprezzante.








 Finalmente, il 20 Ottobre del 1847, a 26 anni, viene ammessa dal Geneva Medical Institute di New York.




 La lettera di ammissione è accompagnata dalle toccanti parole del presidente di facoltà Charles Lee:



« Non ci sono dubbi circa il fatto che tu possa, grazie ad un comportamento giudizioso,
non solo far ricredere gli scettici, ma anche elevare te stessa senza nulla togliere alla dignità della professione.
Ti auguro di avere successo nella tua impresa..." »



Comincia per Elizabeth un percorso difficile, una lunga strada in salita fatta di studio, solitudine, derisione e intolleranza. È  fastidioso che sia presente durante le lezioni di anatomia, è irritante che negli esami si classifichi prima dei suoi colleghi maschi, ma nonostante ciò riesce a far apprezzare le sue doti e ad entrare a far parte veramente di un mondo che fino a questo momento è stato esclusivamente maschile, come dimostrano le parole di suo fratello Henry, presente il giorno della laurea di Elizabeth:



« ...Lei è stata in grado di dimostrare che il più solido intelletto, la pazienza e la perseveranza più ostinata sono compatibili
con le più dolci caratteristiche femminili di delicatezza e grazia,
a tutti gli studenti che hanno dimostrato applaudendo con decisione una loro concorrente. »




 In questa lettera alla madre, Henry descrive la chiesa presbiteriana di Geneva gremita di gente, dai giornalisti alle donne della città, curiose ma soprattutto orgogliose. Elizabeth viene chiamata per ultima ed il suo diploma è accompagnato da parole di stima da parte di compagni e professori e sentite congratulazioni.



 Dopo la laurea, la dottoressa Blackwell fa ritorno nella sua amata Inghilterra, a Londra, in cui scopre che, nonostante l’accoglienza entusiastica, non c’è posto per lei negli ospedali, nessuno la vuole accanto come collega.




 Si trasferisce a Parigi dove riesce finalmente a praticare la professione presso l’istituto La Maternité, una scuola di formazione per ostetriche e, nonostante non si tratti di un vero e proprio ospedale, qui Elizabeth vive la corsia ed il contatto con le pazienti.



 Questa e altre esperienze, inclusa una deludente al St. Bartholomew’s Hospital di Londra, la riportano a New York , dove viene a conoscenza della nascita del Women's Movement Right a Worcester, verso il quale Elizabeth esprime tutto il suo sostegno:





« Il grande tema dell'Educazione non ha niente a che fare
con i diritti delle donne, o quelli degli uomini, ma con
la crescita dell'animo e del corpo umano. »



  Anche la sorella Emily intraprende lo stesso percorso, laureandosi in medicina e trasferendosi in Europa per fare le stesse esperienze di Elizabeth. Quando le due si ricongiungono, aprono il primo ospedale, nonché college femminile, condotto interamente da donne, il New York Infirmary for Women and Children. 

 Nonostante entrambe siano convinte che ragazzi e ragazze dovrebbero intraprendere assieme questo tipo di studi, la realtà rende indispensabile tale passo, considerando che i college rimanevano un’esclusiva maschile.
 

 Solo nel 1859, il suo paese, l’Inghilterra, le riconosce il suo ruolo, consentendole l’iscrizione nell’albo. Dieci anni dopo, Elizabeth decide di tornare definitivamente a Londra, dove accetta una cattedra di ginecologia alla London School of Medicine for Women. 



 Il preoccupante diffondersi delle malattie veneree, in questo periodo, fa riconoscere ad Elizabeth la necessità di fornire un'adeguata educazione sessuale per arginare il fenomeno e a tal proposito compone il saggio The Moral Education of the Young, considered under Medical and Social Aspects, che viene pubblicato nonostante una simile opera, per giunta scritta da mani femminili, sia ritenuta inopportuna e sconveniente. Anche in questo frangente Elizabeth si dimostra caparbia e rivoluzionaria, sconvolgendo non poco l’ambiente scientifico e la società in generale.



 “Il libro si conclude con parole di speranza verso un futuro in cui donne e uomini possano alla pari occuparsi della Vita, per renderla migliore, per liberarla progressivamente da ogni male.

Il sogno di Elizabeth Blackwell, anche attraverso le sue battaglie, può oggi considerarsi in gran parte realizzato, e le sue parole, quasi utopistiche allora, non sembrano descrivere una realtà lontana dalla nostra:



« Lo studio della natura umana da parte delle donne così come degli uomini
porterebbe alla nascita di una nuova era di speranza e intelligente cooperazione tra i due sessi,
e solo attraverso questa, un reale progresso può essere raggiunto ed assicurato. »”



 Spero che questo elenco di notizie biografiche non vi abbia annoiato, ho cercato di riportare le più significative, ritenendole tappe fondamentali della realizzazione di un sogno che a quei tempi era letteralmente impossibile. 



 Donne come Elizabeth, con la loro forza, la loro caparbietà, la loro passione e le loro idee, condivisibili o meno, hanno spianato la strada a tutte quelle ragazze che come loro hanno un sogno e la voglia di raggiungere un obiettivo.



 A quei tempi la più “alta” occupazione a cui una ragazza poteva aspirare era fare l’insegnante o l’istitutrice, in attesa di un buon matrimonio che le garantisse una vita sicura e tranquilla. Rompere questo schema ed imporsi in un ambiente ostile, riuscendo non solo a raggiungere il proprio scopo ma riuscendo anche a farsi apprezzare da coloro che inizialmente avevano precluso ogni possibilità di farne parte, rende, ai miei occhi, questa donna degna di ammirazione ed è per questo e per il fatto che condividiamo lo stesso sogno che ho voluto tracciarne il ritratto, sperando che anche voi come me abbiate percepito in queste righe la sua prorompente forza e determinazione.



Grazie.



Miki.
Bene vi aspettiamo il prossimo mese con un altro ritratto, e nel frattempo vi ricordo che potete leggere questa rubrica anche sui blog di:

lunedì 21 gennaio 2013

Caramel Mocha Cupcake

Non guardo nemeno la data dell'ultima ricetta pubblicata perchè è passato decisamente troppo tempo, a mia discopla posso dire di non avre cucinato praticamente nulla che andasse oltre la pasta al pomodoro, o quando proprio mi volevo sbizzarire un sugo al tonno.
Ora ho un paio di ricette da raccontarvi, l'unica cosa sarà superare la mia innata pigrizia e  trascriverle.
Ho trovato questa ricetta su un sito americano (chissà quale!?) un anno fa o forse più, l'ho salvata, tradotta, e convertito tutte le unità di misura, poi però è rimasta a stazionare nella cartella dedicata ai dolci sul pc apparentemente dimenticata fino ad ora.
E ora finalmente ha avuto il suo momento di gloria.
Per la copertura nella ricetta originale dicevano di utilizzare una sorta di meringa al burro, la stessa che ho usato per i Cocco Mocha Frappucino Cupcake, ma per semplificarmi un po' la vita per una volta, ho deciso di glassarli con una crema di panna e mascarpone, la stessa della Rainbow Cake.

Ingredienti (per 24 cupcake):
188 gr di latte
56 gr di panna acida
1 busta di caffè solubile
1 cucchiaio di essenza di vaniglia
390 gr di farina
1 bustina di lievito per dolci
½ cucchiaino di bicarbonato
1 cucchiaino di sale
2 cucchiaini di caffè macinato fino
2 cucchiaini di cacao amaro in polvere
170 gr di burro a temperatura ambiente
300 gr di zucchero
4 uova
caramello al burro salato (oppure se non volete prepararlo potete comprare quegli sciroppi al caramello che trovate al supermercato nel reparto dei preparati per dolci)
200 ml di panna da montare
200 ml di mascarpone
zucchero a velo

Preparazione:
Scaldate il latte (sul fuoco o nel micro onde), e una volta caldo scioglieteci il caffè solubile, aggiungeteci l'essenza di vaniglia, e lasciatelo da parte.
Setacciate insieme farina, lievito, bicarbonato, sale, caffè e cacao.
Con lo sbattitore lavorate il burro e lo zucchero fino a renderlo una crema.
Aggiungete uno alla volta i tuorli alla crema di burro.
Ora mescolate alla crema 2/3 della miscela di farina e la panna acida.
Unite poi la restante farina e il latte, e continuate a lavorare il composto fino a renderlo liscio e omogeneo.
Montate gli albumi a neve, non troppo ferma però, devono essere “solidi”, ma continuare a scivolare nella ciotola.
Delicatamente unite gli albumi al resto dell'impasto mescolando dal basso verso l'alto fini a che non si saranno completamente amalgamati.
Scaldate il forno a 180° e cuoceteli per 20 minuti circa. 
Quando le tortine sono fredde, eliminatene il cuore.
Con una tasca da pasticcere con un imbocco piccolo fate colare un po' di caramello nel buco.
Montate la panna con un paio di cucchiai di zucchero a velo, e mescolatela al mascarpone.
Sempre con la tasca da pasticciere ricopritene la superficie e poi completate facendo colare ancora un po' di caramello.