lunedì 4 febbraio 2013

Ritratto di Signora: Florence Nightingal


Ed eccoci ancora al nostro appuntamento mensile con questa bella rubrica che ogni volta ci fa conoscere delle donne che hanno molto da insegnare.
Dopo un mese di pausa, oggi a Miki presentarci la vita di una donna straordinaria.

Questo ritratto è nato quasi per caso ed è lontano anni luce dall’idea iniziale che ho coltivato per il post di questo mese. Purtroppo, per vari motivi, quell’idea non ha potuto prendere corpo, così, a pochi giorni dall’appuntamento con la rubrica, mi sono ritrovata senza spunti e senza articolo.

Grazie ad un suggerimento di Monica, ho cominciato ad informarmi ed a buttare giù qualche riga, ma non stava venendo fuori nulla di decente, nulla che sentissi mio.



 Come spesso accade, l’illuminazione mi ha colta mentre ero intenta a fare tutt’altro, così, stringendo in mano un vecchissimo diario, datato 2002, ho capito all’istante di chi volevo parlare. Si tratta di un’agenda che mi è stata regalata una sera dal mio fidanzato. Ero stata attratta dalla copertina e dalle delicate illustrazioni contenute all’interno, che, con linee morbide e delicati toni pastello, ogni mese, raffiguravano un personaggio femminile importante . Grazie a quell’agenda ho conosciuto la vita di Florence Nightingale, Grazia Deledda, Maria Goretti , Marie Curie e molte altre.



 Leggere queste storie fa comprendere come spesso, per alcune donne, realizzare un sogno, seguire un’inclinazione, coltivare una passione si sia tradotto in lottare, in scontrarsi contro le tradizioni, contro la “morale”, abbattere mura di ostilità e scavalcare ostacoli insormontabili. Solo per essere chi volevano essere.



 Oggi non è poi così difficile realizzare un sogno. Molti dicono “basta volerlo” ma non credo sia sufficiente. Una cosa è certa: un impegno costante, la passione, l’interesse vivo ed un po’ di “buona sorte” possono farci raggiungere tutti i nostri obiettivi. E allora c’è la bambina che sogna di fare la maestra e si iscrive alla Facoltà di Lettere, di Matematica, di Storia e Filosofia, la ragazzina che vuole fare l’avvocato e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e la bambina che sogna di essere un medico e di guarire le persone “così potranno vivere per sempre” e allora passa l’estate a studiare ed a compilare quiz su quiz per affrontare il terribile test d’ingresso e alla fine ce la fa, riesce ad intraprendere quel percorso che potrebbe farle realizzare il suo sogno, iscrivendosi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia.




 Nonostante non sia e non sembri una cosa facile, di certo è poca cosa in confronto a ciò che ha dovuto affrontare Elizabeth Blackwell, prima donna medico della storia.



 Conosco perfettamente la vita di Maria Montessori, prima donna ad essersi laureata in Medicina in Italia, ma non conoscevo la storia di Elizabeth.



 Nata a Bristol nel 1821, si trasferisce negli Stati Uniti assieme alla famiglia per volere del padre che muore pochi anni dopo. Appena diciassettenne, orfana e con otto fratelli, Elizabeth si trova costretta ad allontanarsi dai propri cari per intraprendere il lavoro di insegnante nel Kentucky. Solo nel 1845, a 24 anni, quando ormai i fratelli e le sorelle possono provvedere a loro stessi grazie a remunerative occupazioni, comincia a chiedersi quale sia il suo scopo, cosa voglia fare della sua vita. 



 È un’amica malata che le suggerisce di intraprendere il cammino per diventare un medico, come scopriamo leggendo queste poche righe dalla sua autobiografia “Pioneer work in opening the medical profession to women”:



« Hai passione per lo studio, tempo libero e godi di buona salute;
perché non studiare medicina?
Se fossi stata curata da una dottoressa,
non avrei patito le peggiori sofferenze »

(Capitolo II, Earning money for medical study)



 Essere un medico è una possibilità che non ha mai nemmeno sfiorato la testa di Elizabeth eppure si ritrova  a pensarci seriamente, cominciando a desiderare di indossare quel camice bianco.



« Elizabeth, non ha neanche senso provarci.
Non potrai mai essere ammessa a queste scuole.
Dovresti andare a Parigi e travestirti da ragazzo
per guadagnare la conoscenza necessaria »

(Dr. J. Warrington. Capitolo II, Earning money for medical study)



 Ogni ostacolo che Elizabeth incontra non fa altro che ingigantire il suo desiderio, che ormai sta cominciando ad assumere sempre di più l’aspetto di una lotta morale. 



 Ciò che la disturba più di ogni altra cosa è che il termine “dottoressa” venga accostato alle donne che in questo periodo praticano l’aborto, in particolar modo Madame Restell, la prima aborzionista operante a New York.

 Sul tema dell'aborto la posizione della Blackwell è molto chiara: totale indignazione ed intransigenza. 

Stiamo sempre parlando della prima metà dell’800, e credo che una posizione del genere da parte di una donna sia più che comprensibile:



« La perversione ed il disprezzo della maternità da parte dell'aborzionista
mi riempie di indignazione, e risveglia in me un attivo antagonismo.
Che l'onorevole appellativo di 'dottoressa'
debba essere accostato esclusivamente a queste donne[...] mi fa orrore!" »



 Fino al 1847, Elizabeth si concentra sull’obiettivo di guadagnare il denaro necessario per intraprendere gli studi. Il periodo trascorso nel North Carolina è molto piacevole per lei: insegna musica in un istituto e la domenica insegna a leggere e a scrivere agli schiavi. Ogni attimo del suo tempo libero è impegnato nella lettura di testi di medicina , grazie anche al contributo di un ex medico ora direttore della scuola in cui lavora.



 Numerosi sono i rifiuti che riceve a seguito delle sue domande di iscrizione, spesso accompagnati da parole dure che fanno riflettere non poco sulla “posizione” che doveva avere la donna a quei tempi: 



« Dovresti convincerti che, come credo anch'io,
la donna sia stata inventata per essere il braccio destro dell'uomo
[...] e che quindi sia naturale che gli uomini siano dottori
e le donne infermiere. »



 Ciò non scoraggia minimamente Elizabeth che trae dal veleno di queste parole la linfa che le permette di scontrarsi contro questo mondo chiuso e sprezzante.








 Finalmente, il 20 Ottobre del 1847, a 26 anni, viene ammessa dal Geneva Medical Institute di New York.




 La lettera di ammissione è accompagnata dalle toccanti parole del presidente di facoltà Charles Lee:



« Non ci sono dubbi circa il fatto che tu possa, grazie ad un comportamento giudizioso,
non solo far ricredere gli scettici, ma anche elevare te stessa senza nulla togliere alla dignità della professione.
Ti auguro di avere successo nella tua impresa..." »



Comincia per Elizabeth un percorso difficile, una lunga strada in salita fatta di studio, solitudine, derisione e intolleranza. È  fastidioso che sia presente durante le lezioni di anatomia, è irritante che negli esami si classifichi prima dei suoi colleghi maschi, ma nonostante ciò riesce a far apprezzare le sue doti e ad entrare a far parte veramente di un mondo che fino a questo momento è stato esclusivamente maschile, come dimostrano le parole di suo fratello Henry, presente il giorno della laurea di Elizabeth:



« ...Lei è stata in grado di dimostrare che il più solido intelletto, la pazienza e la perseveranza più ostinata sono compatibili
con le più dolci caratteristiche femminili di delicatezza e grazia,
a tutti gli studenti che hanno dimostrato applaudendo con decisione una loro concorrente. »




 In questa lettera alla madre, Henry descrive la chiesa presbiteriana di Geneva gremita di gente, dai giornalisti alle donne della città, curiose ma soprattutto orgogliose. Elizabeth viene chiamata per ultima ed il suo diploma è accompagnato da parole di stima da parte di compagni e professori e sentite congratulazioni.



 Dopo la laurea, la dottoressa Blackwell fa ritorno nella sua amata Inghilterra, a Londra, in cui scopre che, nonostante l’accoglienza entusiastica, non c’è posto per lei negli ospedali, nessuno la vuole accanto come collega.




 Si trasferisce a Parigi dove riesce finalmente a praticare la professione presso l’istituto La Maternité, una scuola di formazione per ostetriche e, nonostante non si tratti di un vero e proprio ospedale, qui Elizabeth vive la corsia ed il contatto con le pazienti.



 Questa e altre esperienze, inclusa una deludente al St. Bartholomew’s Hospital di Londra, la riportano a New York , dove viene a conoscenza della nascita del Women's Movement Right a Worcester, verso il quale Elizabeth esprime tutto il suo sostegno:





« Il grande tema dell'Educazione non ha niente a che fare
con i diritti delle donne, o quelli degli uomini, ma con
la crescita dell'animo e del corpo umano»



  Anche la sorella Emily intraprende lo stesso percorso, laureandosi in medicina e trasferendosi in Europa per fare le stesse esperienze di Elizabeth. Quando le due si ricongiungono, aprono il primo ospedale, nonché college femminile, condotto interamente da donne, il New York Infirmary for Women and Children. 

 Nonostante entrambe siano convinte che ragazzi e ragazze dovrebbero intraprendere assieme questo tipo di studi, la realtà rende indispensabile tale passo, considerando che i college rimanevano un’esclusiva maschile.
 

 Solo nel 1859, il suo paese, l’Inghilterra, le riconosce il suo ruolo, consentendole l’iscrizione nell’albo. Dieci anni dopo, Elizabeth decide di tornare definitivamente a Londra, dove accetta una cattedra di ginecologia alla London School of Medicine for Women. 



 Il preoccupante diffondersi delle malattie veneree, in questo periodo, fa riconoscere ad Elizabeth la necessità di fornire un'adeguata educazione sessuale per arginare il fenomeno e a tal proposito compone il saggio The Moral Education of the Young, considered under Medical and Social Aspects, che viene pubblicato nonostante una simile opera, per giunta scritta da mani femminili, sia ritenuta inopportuna e sconveniente. Anche in questo frangente Elizabeth si dimostra caparbia e rivoluzionaria, sconvolgendo non poco l’ambiente scientifico e la società in generale.



 “Il libro si conclude con parole di speranza verso un futuro in cui donne e uomini possano alla pari occuparsi della Vita, per renderla migliore, per liberarla progressivamente da ogni male.

Il sogno di Elizabeth Blackwell, anche attraverso le sue battaglie, può oggi considerarsi in gran parte realizzato, e le sue parole, quasi utopistiche allora, non sembrano descrivere una realtà lontana dalla nostra:



« Lo studio della natura umana da parte delle donne così come degli uomini
porterebbe alla nascita di una nuova era di speranza e intelligente cooperazione tra i due sessi,
e solo attraverso questa, un reale progresso può essere raggiunto ed assicurato. »”



 Spero che questo elenco di notizie biografiche non vi abbia annoiato, ho cercato di riportare le più significative, ritenendole tappe fondamentali della realizzazione di un sogno che a quei tempi era letteralmente impossibile. 



 Donne come Elizabeth, con la loro forza, la loro caparbietà, la loro passione e le loro idee, condivisibili o meno, hanno spianato la strada a tutte quelle ragazze che come loro hanno un sogno e la voglia di raggiungere un obiettivo.



 A quei tempi la più “alta” occupazione a cui una ragazza poteva aspirare era fare l’insegnante o l’istitutrice, in attesa di un buon matrimonio che le garantisse una vita sicura e tranquilla. Rompere questo schema ed imporsi in un ambiente ostile, riuscendo non solo a raggiungere il proprio scopo ma riuscendo anche a farsi apprezzare da coloro che inizialmente avevano precluso ogni possibilità di farne parte, rende, ai miei occhi, questa donna degna di ammirazione ed è per questo e per il fatto che condividiamo lo stesso sogno che ho voluto tracciarne il ritratto, sperando che anche voi come me abbiate percepito in queste righe la sua prorompente forza e determinazione.



Grazie.



Miki.
Bene vi aspettiamo il prossimo mese con un altro ritratto, e nel frattempo vi ricordo che potete leggere questa rubrica anche sui blog di:

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